Possiamo dire che non ci aspettavamo questi risultati? No, non possiamo dirlo.
Anche se da più parti si pensa il contrario, la consapevolezza del crinale drammatico nel quale il Pdl si trova da un anno a questa parte l’abbiamo condivisa quasi tutti, ognuno con le sue ricette per invertire la rotta. Prima il picco dell’attacco politico-mediatico a Berlusconi, poi la rivoluzione al vertice del partito con l’acclamazione di Alfano a segretario politico, seguita dall’accelerazione della crisi finanziaria globale che ha portato al passo indietro del Presidente il 12 novembre scorso e all’insediamento del governo Monti. Infine, sei mesi di purgatorio politico con misure drammatiche riversate proprio sul cuore del nostro elettorato, più che su quello del Pd, e sostenute da noi, per giunta. Un anno solo ma per il Pdl, nato appena tre anni fa e ancora alle prese con una fusione di tante identità, è stato un lunghissimo “rollercoaster”.
L’epilogo sono state queste amministrative. Sappiamo bene che il centrodestra è sempre stato penalizzato dal voto amministrativo rispetto a quello politico, ma questo non basta a spiegare i risultati negativi che sono usciti fuori. Fermi o all’indietro i grandi partiti, trionfa la protesta, lo scontento o, più semplicemente, il disincanto e il desiderio forte di un’altra politica.
Il moderatismo, grande mito della nostra storia (quanto ci è sempre piaciuto definirci moderati!), spesso agitato a piacimento per giustificare scelte tattiche di basso opportunismo, crolla sotto i colpi della frustrazione collettiva e della voglia di togliersi dal collo il cappio di una politica, di una tecnocrazia, che oltre a uccidere la dignità uccide la speranza.
E non col mattatore/agitatore Grillo bisogna prendersela, bensì con noi stessi, per aver dissipato in 4 anni almeno la metà dei nostri consensi, con essi avendo lasciato scivolare un’identità, una storia e anche un’idea del nostro Paese. Il frullatore degli ultimi sei mesi ci ha dato il colpo finale: davvero con grande fatica abbiamo subito il passo indietro di Berlusconi e la scelta di sostenere un governo di tecnici che una malintesa responsabilità europeista ci ha imposto. E con grande responsabilità Alfano ha cercato di tenere insieme il partito nel momento in cui andavano costruiti nuovi ed impervi equilibri con gli ex avversari. Abbiamo sperato che tutto ciò che non eravamo riusciti a fare durante il nostro governo a causa del muro contro muro col Pd potesse materializzarsi come d’incanto, anche col nostro sostegno. E invece ci siamo trovati a votare provvedimenti contrari al nostro programma, al nostro percorso. E ci siamo arroccati, quasi paralizzati, per la paura e la sorpresa di quello che ci stava accadendo.
Ora dobbiamo reagire, dimostrando che il maggior partito di centrodestra europeo non è stato solo il frutto di un’intuizione, ma la costruzione seria e difficile di un progetto alternativo ai miraggi di una sinistra imbonitrice. Non dobbiamo minimizzare l’esito di questo voto, ma ragionarlo. Dobbiamo dimostrare a chi ci ha votati, e a chi ha smesso di votarci, che abbiamo capito, e che siamo pronti a rimetterci in gioco, costi quel che costi. Che sapremo cambiare dove c’è da cambiare, e che non ci saranno rendite di posizione garantite per niente e per nessuno. Che sapremo riformare subito i meccanismi che regolano il funzionamento dei partiti a partire dal loro finanziamento e dalla legge elettorale. Che sapremo mutare la forma stessa del partito che dovrà l’anno prossimo, alle politiche, rappresentare quel centrodestra identitario e liberale che è stato alla base della rivoluzione del ’94 e che vuole affermare i suoi valori oggi più che mai, visto che oggi più che mai sono minacciati.
Che sapremo portare con ragionevolezza ma anche con fermezza questi nostri valori nel governo che il Pdl sta sostenendo, senza accettare lezioncine di moralità e coerenza da nessuno, e senza obbedire ad aut aut, perché questo voto ci dice anche che nessuno oggi è in grado di pontificare sull’operato altrui. Che sapremo, così come chiedono gli italiani, scuoterci di dosso un modo giurassico di fare politica, un modo arcano e distante che non ci piace e che Berlusconi aveva smascherato, ma di cui è rimasto anche lui vittima. Angelino, è tempo di cambiare.
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