daIl legno storto
di Alessandra Boga
Le speranze che la Tunisia rimanga uno Stato laico pare stiano andando deluse: il partito islamico Ennahdha (“La Rinascita”) di Rachid Gannouchi, legato ai Fratelli Musulmani, ha vinto le prime elezioni “democratiche” del Paese dopo la cacciata di Ben Ali. Questo dovrebbe raggiungere almeno il 35% dei consensi con possibilità di arrivare al 37%-38%. Segue a nettissima distanza il partito socialdemocratico Cpr (Congresso per la Repubblica), che non arriverebbe nemmeno alla metà delle preferenze, e via via tutti gli altri soggetti politici. Manoubia, madre di 7 figli tra cui uno morto, Mohamed Bouazizi, il ragazzo di Sidi Bouzid che si è dato fuoco per protesta dando vita alla “primavera araba”, diceva solo un paio di giorni fa che il giovane diplomato, costretto a fare il venditore ambulante per sostenere economicamente i familiari, si era immolato per permettere a tutti i tunisini di votare. Assediata dai giornalisti di ogni parte del mondo, la famiglia Bouazizi ha preferito trasferirsi a Tunisi ma, inseguita anche lì dai media, Manoubia ha dichiarato: «Sono fiera di quello che è stato Mohamed. Oggi qui con noi c’ è anche la sua anima. E quella dei tanti giovani che hanno dato la vita per questo nostro Paese. Per me sono tutti come figli». Ora però c’è solo da sperare che né lui né i suoi “fratelli d’adozione” vengano traditi.
Infatti, se come da promessa elettorale il primo messaggio di Ennahdha è rassicurante anche per l’Occidente (il nostro islam, dicono i vincitori, sarà “moderato” e “faremo tutti gli sforzi per dare stabilità al paese”), i timori che accada esattamente l’opposto sono più che fondati, dato che è abitudine dei Fratelli Musulmani utilizzare le elezioni, il primo strumento democratico, per imporre la sharia, la legge islamica. Già lo si è visto.
Tante sono state le donne a presentarsi ai seggi, ma alcune l’hanno fatto passando da ingressi separati da quelli degli uomini. Una decina di giorni fa, a causa delle proteste di salafiti ed altri estremisti islamici, è stato vietato in Tunisia il film-cartoon “Persepolis” della regista di origine iraniana Marjane Satrapi. Racconta di una ragazza (la regista stessa) che, dopo aver conosciuto da bambina la crudeltà dei regime dello Shah, si rende conto che con la Repubblica Islamica la situazione è anche peggiore e combatte la sua personale battaglia contro mullah ed ayatollah.
Inoltre cinquantatre e più ragazze tunisine si sono presentate all’università indossando il niqab, il velo integrale, ma sono state respinte in nome della laicità.
Si dibatte se ci sia o meno in rischio d’islamizzazione e di una maggior discriminazione nei confronti delle donne in uno degli Stati islamici più avanzati. Fatima Chellouche, deputata algerina e vice-presidente dei diritti della donna nei Paesi euro mediterranei dell’Assemblea parlamentare dell’Unione per il Mediterraneo, esprime un cauto ottimismo e si chiede semmai: «quante donne sono state elette in Parlamento? Sono più o meno di prima?». «Conosco la Tunisia e secondo me è molto remoto il rischio che le donne possano tornare indietro», afferma in un’intervista durante la conferenza “Le donne agenti di cambiamento nel Sud del Mediterraneo” tenutasi alla Camera dei deputati a Roma per volontà di Deborah Bergamini, presidente del Centro Nord-Sud del Consiglio d’Europa. I diritti delle tunisine infatti «vengono da lontano», spiega la Chellouche. «Nel 1956, con l’indipendenza il primo presidente tunisino Habib Bouguiba affermò subito i diritti delle donne e li incluse a chiare lettere nel codice di famiglia. Poi Ben Ali ha continuato sulla stessa strada: la democratizzazione dell’insegnamento, l’accesso al lavoro, il ruolo paritario all’interno della famiglia. Parliamo di una società ben organizzata con un alto livello di maturità». Perciò si dice convinta che «la Tunisia non sarà mai l’Iran o l’Afghanistan».
Tuttavia tra i diretti interessati, i Tunisini, c’è chi non concorda, come la giornalista e blogger Sondes Ben Khalifa che dichiara: «Io non ho votato per Ennahda perché non mi piacciono i partiti unici, penso sia meglio una coalizione dopo tanti anni di Ben Ali. E’ vero che in campagna elettorale i loro candidati hanno proposto un islam moderato, limitando gli interventi agli stili di vita incentrati sulla visione musulmana. Ma questa è in ogni caso la direzione verso cui andremo».
A simile sorte sembra essere destinata la Libia, che i giorni scorsi ha “generosamente regalato” agli occhi del mondo le immagini della barbara esecuzione senza processo e al grido di “Allahu Akbar”, nonché il cadavere ripreso da impietosi cellulari del pur sanguinario rais Gheddafi, uscito così di scena dopo 42 anni di dominio assoluto.
La Costituzione provvisoria libica pone la sharia come “la fonte principale della legislazione” (e non “una delle fonti”, come avrebbero preferito alcuni parlamentari).
Scelta approvata ahimè anche da Salwa el-Deghali, unica donna rimasta nel Consiglio Nazionale di transizione, che dice «La Libia è un Paese musulmano e le istituzioni della nazione verranno consolidate attorno all’islam moderato».
Tuttavia l’islam “moderato” della nuova Libia prevede che nelle aule universitarie ci siano già divisioni tra maschi e femmine, studentesse in niqab con garza nera sugli occhi e guanti dello stesso colore, ad ascoltare rettori che magnificano la legge islamica come “garante della parità tra i sessi”. D’altra parte, a dispetto della vita che conduceva la famiglia Gheddafi, la società libica è molto conservatrice, come si sono premurati di ricordare alcuni religiosi. Lo sheikh estremista Ali Sallabi dichiara con enfasi al New York Times: «Questa è la rivoluzione del popolo e il popolo è musulmano. I laici possono partecipare alle elezioni, vedremo chi vince. Se una donna diventasse presidente, siamo pronti ad accettarlo».
Mustafa Abdel Jalil, presidente del Consiglio Nazionale, assicura che non accetterà nessuna «forma di ideologia estremista, né di destra né di sinistra», perché «i libici sono musulmani moderati». Peccato che, per garantirsi l’appoggio dei Fratelli Musulmani, cosa di cui molti lo accusano, dichiari anche: «Non c’è dubbio, la legge della nuova Libia renderà legale la possibilità per qualsiasi cittadino di avere sino a quattro mogli come permette il Corano. Ci adopereremo perché la sharia divenga fonte primaria della nuova Costituzione. Siamo uno Stato musulmano e non vedo cosa ci sia di strano». Come i membri di Ennahdha in Tunisia, tiene a rassicurare le «paure dell’Occidente» sul fatto che «non abbiamo nulla a che vedere con l’estremismo. Dunque anche la nostra interpretazione della legge islamica sarà estremamente tollerante». Però, con questa apertura alla poligamia, non convince affatto.
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