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14 maggio 2012

Basta all’Europa di carta, è tempo di un’Europa politica democratica e libera

Debora Bergamini“Il tracollo della Cdu della Merkel nel land più popoloso della Germania ci insegna, forse più di ogni altro fra i clamorosi risultati del recente turno elettorale di tanti paesi europei, che si stanno inesorabilmente chiudendo gli spazi dell’Europa (solo) monetaria cui siamo stati abituati da quando è nato l’euro. Quell’Europa, tanto per intenderci, che ci ha imposto un cammino burocratico e cartaceo, che ha beneficiato banche e speculatori ma ha impoverito i popoli e svuotato le sovranità nazionali; quell’Europa che ha ridotto il senso della politica ad una ratifica pedissequa di decisioni prese dal capitalismo finanziario e dall’imperio della grande malattia dei nostri tempi: il debito. Con la complicità di partiti deboli, di una classe politica spesso troppo pronta a seguire anziché, come è suo compito, ad indicare la strada. Ridotti al ruolo di certificatori di bilanci, gli Stati, o meglio i popoli degli Stati, stanno dicendo basta a politiche nazionali deboli, che impongono un rigore schizofrenico ma non sembrano in grado di produrre ciò che occorre: la crescita. E stanno dicendo basta a questa Europa senz’anima, fatta di carta (moneta)“.

Lo dichiara in una nota l’Onorevole Deborah Bergamini, PdL, che prosegue: “gli spazi che si chiudono sono però destinati ad aprirne altri: sono quelli, finalmente, di un’Europa politica, il cui cammino è stato interrotto dall’irruento arrivo della moneta unica, illusoriamente ritenuta sufficiente a dare vita alla grande costruzione europea. Oggi, sulle macerie di quel sogno monetario, può nascere quell’Europa politica matura e voluta che finora è stata solo invocata. In questo ambito i grandi partiti europei, sotto l’egida del PPE e del PSE, possono finalmente cominciare a ricostruire la loro identità, sconfiggere le spinte populiste ed estremiste, e impostare un nuovo rapporto col proprio elettorato basato su un ritrovato realismo e sull’aspirazione ad una dimensione europea non più centrata sulla circolazione di una moneta ma sulla volontà dei popoli di riconoscersi in un unico grande edificio democratico e libero“, conclude la parlamentare.

9 maggio 2012

Der Spiegel: l’Italia truccò i conti per entrare nell’euro

da Il Giornale:

Giochi proibiti dell’Ulivo. Ciampi truccò i conti per entrare nell’euro

Lo rivela il Der Spiegel: negli anni ’90 il ministro del Tesoro garantì il “cammino virtuoso” del Paese. E la Germania coprì Romano & Co.

di Stefano Filippi – 07 maggio 2012

L’Italia truccò i conti per entrare nell’euro. Tra il 1996 e il 1998 Romano Prodi e il suo ministro del Tesoro Carlo Azeglio Ciampi, definito «un creativo giocoliere finanziario», misero in campo «misure di risparmio cosmetiche», che «si basavano su trucchi contabili» o addirittura «furono subito ritirate non appena venne meno la pressione politica».

L’allora cancelliere Helmut Kohl, informato dall’ambasciata tedesca a Roma, era pienamente al corrente della drammatica situazione dei conti pubblici italiani ma l’opportunità politica prevalse sul rigore finanziario. 

È una specie di «wikileaks», un «wiki-Ciampi», che riscrive un capitolo decisivo della nostra storia recente. Il settimanale Der Spiegel lo squaderna nell’ultimo numero dopo aver consultato una mole di documentazione del governo Kohl tra il 1994 e il 1998, gli anni decisivi per la creazione della moneta comune. Resoconti diplomatici, note interne, appunti di colloqui. «L’Italia non avrebbe mai dovuto essere accolta nell’euro – sintetizza il periodico di Amburgo – anzi si creò il precedente per una decisione ancora più sbagliata presa due anni dopo: l’ingresso nell’euro della Grecia». Con altri conti truccati.

15 febbraio 2012

I tagli da soli non bastano. C’è bisogno di libertà e di una nuova politica.

Ormai dobbiamo prepararci a leggere i dati economici che ogni giorno vengono stampati dagli istituti di rilevazione come se fossero dei bollettini di guerra. "Deborah Bergamini" "Debora Bergamini"

E’ di oggi la certificazione che il nostro pil nel 2012 sarà negativo, la disoccupazione in crescita nel Regno Unito, ma anche qualche buona notizia per la produzione francese. In fondo quando Monti parlava di “compiti a casa” dei vari paesi dell’Eurozona, non aveva torto. Lo snocciolare numeri e virgole, e più e meno, è un po’ come dare pagelle, che di volta in volta vengono consegnate all’angoscia o al sollievo di questa o quella nazione. Ma che durano un giorno.

E’ la Buroeuropa dei numeri, delle statistiche. E’ l’Europa tecnica, dove il rigore è virtù, la privazione un merito, e il sogno o la visione sono vizi antistorici, folli infantilismi. Un’Europa che non sa sognare, che non sa più immaginarsi, è un’Europa che non sa più farsi luogo né destinazione.

In questa comunità numerica, che sta cannibalizzando il proprio talento, lo slancio della propria gente, le proprie radici, in nome di un ridimensionamento di un debito che possiede tutto e tutti, mi sembra che sia più che mai necessario che ritrovi il suo spazio la politica, quella vera, quella del confronto aperto fra visioni del mondo e soluzioni democratiche a questioni fino a pochi mesi fa impensabili.

Non basta tagliare, tagliare, tagliare. La dinamica del taglio dei costi indiscriminato, privo di una visione d’insieme, utile solo a far quadrare i conti su un foglio excel, che tanto bene abbiamo ereditato dal mondo anglosassone, non ha funzionato, perché ci ha sbilanciati verso un’ulteriore inefficienza e mancata competitività. Per essere rigorosi bisogna essere liberi di agire. E questa libertà ci manca da molto tempo. Senza una nuova politica sarà persa per sempre.

10 febbraio 2012

Qualche interrogativo sul futuro dell’Europa e il presente della Germania. O viceversa.

Superata l’emergenza, e una volta risolto (con l’accordo o la sostanziale uscita dall’euro) il problema Grecia, qualcuno in Europa e in Italia dovrà porsi un’altra questione: la Germania sta imponendo ai partner un giusto rigore, oppure per questa via realizza al meglio i propri interessi?

La risposta più ovvia è: entrambe le cose.

Senza lo stimolo tedesco e della Bce molti paesi, tra i quali l’Italia ma anche la Francia, non avrebbero mai realizzato a passo accelerato riforme che anche noi condividiamo, quali pensioni e lavoro.

Ma una serie di dati degli ultimi giorni alimentano anche i dubbi. Il più importante riguarda il record di attivo commerciale messo a segno dai tedeschi nel 2011: mille miliardi di euro, un record che supera perfino quelli cinesi. Altrettanto significativa è la facilità con la quale Berlino riesce a finanziare, a interesse zero, il proprio debito pubblico, che in valori assoluti e ben più elevato di quello italiano, e che in gran parte non è neppure contabilizzato. Se lo fosse, supererebbe di gran lunga il 100 per cento del Pil.

1 febbraio 2012

Perchè mi sono astenuta sul milleproroghe

Ieri mi sono astenuta sul voto al cosiddetto decreto milleproroghe. Debora Bergamini

Mi è sembrata la cosa più coerente da fare, ed il motivo è sempre lo stesso per cui mi sono astenuta sulla manovra: questo governo, al quale manca la legittimità del voto popolare, è chiamato ad una legittimità di scopo, ovvero deve legittimarsi con gli atti che compie.

Al momento del suo insediamento, il governo Monti annunciò che si sarebbe mosso lungo tre direttrici: rigore, equità e crescita. Da applicarsi contestualmente.

Ad oggi mi sembra, invece, che si applichi soltanto una politica rigorista prona ai diktat tedeschi.

Sono fiduciosa, e speranzosa, che presto arriveranno in Aula le misure, da tempo promesse, che servono a far ripartire la nostra economia. A quel punto sarò felice di votarle.

31 gennaio 2012

Vertice UE, bene tener conto di “fattori rilevanti”. Lo abbiamo sempre detto

Europe “Abbiamo ottenuto ciò che volevamo”. E’ stato questo il commento del presidente del Consiglio al termine del vertice di Bruxelles, facendo riferimento al rientro dal debito pubblico che viene ora imposto dal nuovo patto di bilancio. Ma il principio che per l’Italia si debba tenere conto di “fattori rilevanti” interni ed esterni, in pratica che si debba tenere conto della crisi per evitare impossibili rientri troppo accelerati, era già stato sostenuto con una dura battaglia anche procedurale oltreche’ sostanziale dal Governo del presidente Berlusconi.

Per lunghi mesi il Governo di centrodestra ha chiesto che venissero valutati nel calcolo del debito pubblico l’elevato ammontare di risparmio degli italiani assieme a un sistema previdenziale senza pericoli di futuro sforamento, nel quadro di una grave crisi internazionale. In sostanza, il nostro Governo ha sottolineato che il debito pubblico italiano, per quanto elevato in termini assoluti, e’ ,come dire, temperato e reso sostenibile, dal risparmio e dal patrimonio di famiglie e imprese. Quei risparmi e quel patrimonio che non sono mai stati oggetto di rispetto da parte della sinistra che ha cercato, anzi, di mettere le mani nelle tasche degli italiani a più riprese, con tasse e imposte e balzelli su quei risparmi.

9 gennaio 2012

La Tobin Tax avrebbe senso solo se fosse applicata a livello mondiale

La tassa sulle transazioni finanziarie, la cosiddetta Tobin Tax, scuote l’Europa: Sarkozy la vuole subito, Merkel lo appoggia con qualche distinguo, Cameron risponde con un secco no. E il premier Monti la vuole? Spiace dirlo, ma la risposta che ha dato ieri come ospite nella trasmissione di Fazio, un mezzo sì e un mezzo no, appare come un vero e proprio capolavoro di ambiguità, con un pizzico della tanto deprecata furbizia all’italiana.

Va ricordato che la Tobin Tax mirerebbe a limitare le speculazioni finanziarie rendendo meno convenienti le compravendite di breve periodo. Esiste una proposta della commissione europea per la sua introduzione a livello continentale nel 2014.

A questo proposito Monti ha detto tre cose:

1. Berlusconi era contrario alla Tobin Tax, io ho segnalato l’apertura del governo italiano.

2. Siamo disponibili, ma mai e poi mai se questa tassa fosse solo per l’Italia.

3. In una fase in cui abbiamo molto interesse ad ottenere la collaborazione stretta con Germania e Francia, perché no?

Primo punto . La perplessità del governo Berlusconi è valida ancora oggi e tale resta: una tassa del genere avrebbe un senso se applicata a livello globale. In caso contrario provocherebbe uno spostamento dei flussi finanziari dove quella tassa non c’è (Usa e Asia). Il secco no di Londra taglia la testa al toro, visto che la City è l’unica piazza finanziaria europea di stazza mondiale. La Tobin Tax su Londra vale da sola 42 dei 57 miliardi complessivi ipotizzati per l’intero continente.

Secondo punto . E’ banale dire che la Tobin Tax non ci sarà “mai e poi mai” solo per l’Italia. E poi si dà il caso che la Borsa di Londra possieda la maggioranza del capitale di quella di Milano: sarebbe davvero possibile applicare una tassa simile qui da noi e non nella casa madre?

Terzo punto . Quanto detto sopra dovrebbe essere sufficiente a giustificare un diniego del nostro governo all’applicazione di una nuova tassa, dannosa se – restando fuori la City- fosse limitata a piazze finanziarie tutto sommato provinciali. Se poi Monti lo vuol fare perché – come dice – c’è interesse a tenersi buone la Germania e la Francia, allora è un altro paio di maniche. Che nulla ha a che fare con la bontà di un provvedimento bocciato dai commenti della comunità finanziaria milanese e ancor meno con il tanto conclamato recupero di credibilità e di autonomia di questo governo nei rapporti con il tandem Merkozy.

18 dicembre 2011

La salvezza dell’Euro passa per la BCE

BceLa strada che porta alla salvezza dell’euro ha un percorso obbligato: il nuovo ruolo della Banca Centrale Europea. Due cifre, meglio di ogni altro discorso, ci permettono di fotografare la situazione: nello stesso giorno, il Bund tedesco viene piazzato a un tasso d’interesse inferiore allo 0,30 per cento, il titolo di Stato italiano poco al di sotto del 6,50 per cento. Stesso giorno, stesso mercato globale, due Paesi che fanno parte della medesima area dell’euro toccano i rispettivi record del prezzo più basso e di quello più alto. E l’anno che sta arrivando non sara’ certamente piu’ facile, considerando che il nostro Paese dovrà emettere Bot, Cct e Btp per un valore di 150 miliardi di euro, tutti quanti concentrati nei primi quattro mesi del 2012.

Il rimedio indicato più volte dal Governo di centrodestra, e a suo tempo criticato con grande e inutile arroganza da molti commentatori della stampa quotidiana, prevede che siano assegnati anche alla Banca centrale di tutti gli europei gli stessi poteri che la Riserva Federale Usa ha nei confronti di tutti gli Stati americani: acquistare titoli di Stato ed effettuare le eventuali iniezioni di liquidità nel sistema.

17 dicembre 2011

La manifattura italiana è la seconda d’Europa. Va sostenuta.

Intervenendo due giorni fa a Porta a Porta , Angelino Alfano aveva rivolto un appello agli imprenditori a produrre in Italia. A chi già aveva spostato le fabbriche in Romania e Cina, a riportarle qui e dare lavoro a giovani italiani. Una richiesta che qualcuno, a sinistra o nel campo industriale, aveva giudicato “estemporanea”. Ed invece il segretario del Popolo della Libertà ha toccato un problema estremamente concreto e attuale. Nonostante la crisi mondiale, l’Italia dispone tuttora della seconda manifattura in Europa dopo quella tedesca. Un settore che con le esportazioni di qualità tiene alto nel mondo il prestigio del “made in Italy”, e garantisce lavoro e benessere in numerosi distretti industriali, segnatamente nel Nord e nel Centro. Dunque, un settore che ogni governo dovrebbe tutelare con misure appropriate, in campo fiscale e con una moderna legislazione del lavoro. Ma anche un settore dove la vera imprenditorialità si distingue da quella “furba”, perchè accetta la sfida della globalità e non lucra sugli incentivi.

Il governo Berlusconi la sua parte l’ha fatta, e l’ha fatta bene. Ma altrettanto non si può dire per quegli imprenditori che hanno delocalizzato in Romania e in Cina, scaricando sullo Stato italiano i costi della disoccupazione dei loro dipendenti. I fatti parlano da soli.

Il governo Berlusconi ha risolto il problema per l’auto, dando nella manovra d’agosto dignità nazionale ai contratti aziendali e creando le condizioni per il mantenimento degli impegni Fiat in Italia. Non solo. In piena crisi 2009-2010 il governo Berlusconi aveva concesso bonus familiari e incentivi industriali proprio per il settore degli elettrodomestici, che ora vorrebbe emigrare in Polonia (come racconta il Corriere della sera di ieri).

Inoltre, attraverso i mutui agevolati per le giovani coppie e la stessa cancellazione dell’Ici sulla prima casa, Berlusconi aveva creato la prima condizione per il consumo di elettrodomestici: appunto l’acquisto della prima abitazione. Una politica lungimirante che, nonostante la crisi, ha fatto anche altro: ha garantito i crediti bancari, ha ampliato il fondo di garanzia per le piccole imprese, ha assicurato mezzi senza precedenti per la cassa integrazione. E si riprometteva altri passi avanti, soprattutto per la riduzione delle imposte che gravano sulle imprese (Ires e Irap).

Il tutto nonostante la plateale ingratitudine del vertice della Confindustria e di industriali come Della Valle, sempre pronti a fare prediche in tv, con il ditino alzato contro i politici, ma senza mai una sola autocritica. Quindi si può dire che Alfano abbia colto nel segno. Anche per questo è assolutamente urgente che il governo Monti, dopo la stretta fiscale, metta in pratiche le promesse per lo sviluppo. Dalle infrastrutture al nuovo contratto di lavoro, ad un miglior clima per le imprese: questo è ciò che ci aspettiamo, anzi pretendiamo da Monti e dai suoi professori e manager.

15 dicembre 2011

La Germania non computa nel debito le spese per pensioni, sanità e assistenza. Se lo facesse il suo debito sarebbe il 185% del Pil

Ieri sera a Porta a Porta quando Alfano, pur riconoscendo le debolezze italiane, ha fatto notare come l’Europa attuale faccia soprattutto gli interessi tedeschi,Tobias Piller, corrispondente del Frankfurter Allgemeine, ha fornito questa analisi: “voi siete entrati nell’euro con la vostra liretta, mentre noi tedeschi paghiamo per tutti”. A parte il buon gusto, e tralasciando gli aiuti di tutto il mondo libero alla Germania post-guerra ed a Berlino assediata dal comunismo (la gratitudine non è un obbligo) si possono ricordare almeno tre dati recenti.

· L’unificazione della Germania del 1990, certo un atto di lungimiranza del cancelliere Helmut Kohl, è costata per la debolezza economica della ex DDR, ben 1.500 miliardi di euro ai valori di allora. Il calcolo è dell’Università di Berlino. Una somma che, ripercuotendosi sull’intera Europa e alterandone la concorrenza fu in gran parte all’origine della recessione dei primi anni Novanta, Italia compresa.

· Nel 2002, 2003 e 2004 la Germania e la Francia decisero deliberatamente di violare i parametri di Maastricht sul deficit. Chiesero, e ottennero, che non venissero applicate loro le sanzioni previste.

· Il debito federale tedesco ha superato i 2 mila miliardi di euro, in cifra assoluta più di quello italiano, terzo nel mondo dietro Usa e Giappone. In percentuale rappresenta l’83 per cento del Pil, un rapporto che fra i paesi a tripla A è secondo solo alla Francia. Il costo del suo finanziamento ha raggiunto l’8,4 per cento delle entrate statali. Ma appunto il serissimo Handelsblatt ha rivelato cifre reali ancora peggiori: la Germania infatti non computa nel debito statale le spese per pensioni, sanità e assistenza. “Considerando tutto” scrive l’ Handelsblatt “il debito raggiungerebbe i 7.000 miliardi di euro, il 185 per cento del Pil. Dal 2005, da quando è alla guida della Germania, Angela Merkel ha creato più debito di tutti i cancellieri degli ultimi quarant’anni messi insieme. Un assegno a vuoto che verrà pagato dai nostri figli e nipoti”.