Ieri è stata la settima volta che non ho dato la mia fiducia ai provvedimenti di questo governo. Altrimenti detto, da quando il cosiddetto governo dei “tecnici” è al lavoro, non ho mai ritenuto di dargli la fiducia. 
Le ragioni sono due. La prima è che, come era stato facile prevedere, questo governo sta esautorando il Parlamento delle sue funzioni. Quello che più mi preoccupa è la ragione per cui ciò sta accadendo, ovvero una presunta situazione di “necessità e urgenza”, una sorta di emergenza che impone, per il bene supremo dell’Europa, dello spread, della credibilità internazionale o di qualunque altra giustificazione avanzata in questi mesi, di tagliar corto, di accorciare i nostri complessi meccanismi rappresentativi e partecipativi.
Faccio un passo ulteriore: impone di mettere temporaneamente da parte una classe politica incapace ed inefficiente per consentire a tecnici neutrali di rimediare ai danni fatti. Può darsi che questa classe politica sia largamente insufficiente a gestire le sfide di oggi. E può anche darsi che la perdita progressiva di sovranità nazionale degli stati che hanno aderito all’euro (sempre per un fine sacro e intoccabile) un giorno si rivelerà una delle cause principali dell’incapacità di agire di questa politica, accanto ad una cronica resistenza al cambiamento. Ma è certo che con questo “tagliar corto” si è rotto, e per sempre, un argine, si è creato un precedente, si è accentuata un’asimmetria del nostro sistema costituzionale (interessante a questo proposito l’intervista a Edward Luttwak pubblicata su Il Giornale di oggi) che sta facendo dell’Italia un paese sempre meno libero e sempre meno padrone di sé.
Si è spezzato un meccanismo democratico in nome dell’emergenza. Domani, quando ci saranno altri Parlamenti e auspicabilmente una migliore classe politica, potrebbe accadere ancora. Sempre in nome di una qualche emergenza. Stiamo di fatto sancendo il passaggio dalla democrazia alla tecnocrazia. Significa che domani, sempre per motivi di emergenza, potremmo essere esautorati anche dell’ultimo diritto che ci rimane per poterci ancora definire una democrazia: quello di votare.
La seconda ragione è che, quando si presentò in Parlamento, il Presidente Monti ci spiegò che il suo governo avrebbe agito all’insegna dell’equità, del rigore e dello sviluppo. Le forze politiche che decisero di sostenerlo comprarono a scatola chiusa un progetto che, anche per questioni di tempo, non fu dettagliato né condiviso.













