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22 marzo 2012

Governo Monti, perché non ho mai votato la fiducia

Ieri è stata la settima volta che non ho dato la mia fiducia ai provvedimenti di questo governo. Altrimenti detto, da quando il cosiddetto governo dei “tecnici” è al lavoro, non ho mai ritenuto di dargli la fiducia. Debora Bergamini

Le ragioni sono due. La prima è che, come era stato facile prevedere, questo governo sta esautorando il Parlamento delle sue funzioni. Quello che più mi preoccupa è la ragione per cui ciò sta accadendo, ovvero una presunta situazione di “necessità e urgenza”, una sorta di emergenza che impone, per il bene supremo dell’Europa, dello spread, della credibilità internazionale o di qualunque altra giustificazione avanzata in questi mesi, di tagliar corto, di accorciare i nostri complessi meccanismi rappresentativi e partecipativi.

Faccio un passo ulteriore: impone di mettere temporaneamente da parte una classe politica incapace ed inefficiente per consentire a tecnici neutrali di rimediare ai danni fatti. Può darsi che questa classe politica sia largamente insufficiente a gestire le sfide di oggi. E può anche darsi che la perdita progressiva di sovranità nazionale degli stati che hanno aderito all’euro (sempre per un fine sacro e intoccabile) un giorno si rivelerà una delle cause principali dell’incapacità di agire di questa politica, accanto ad una cronica resistenza al cambiamento. Ma è certo che con questo “tagliar corto” si è rotto, e per sempre, un argine, si è creato un precedente, si è accentuata un’asimmetria del nostro sistema costituzionale (interessante a questo proposito l’intervista a Edward Luttwak pubblicata su Il Giornale di oggi) che sta facendo dell’Italia un paese sempre meno libero e sempre meno padrone di sé.

Si è spezzato un meccanismo democratico in nome dell’emergenza. Domani, quando ci saranno altri Parlamenti e auspicabilmente una migliore classe politica, potrebbe accadere ancora. Sempre in nome di una qualche emergenza. Stiamo di fatto sancendo il passaggio dalla democrazia alla tecnocrazia. Significa che domani, sempre per motivi di emergenza, potremmo essere esautorati anche dell’ultimo diritto che ci rimane per poterci ancora definire una democrazia: quello di votare.

La seconda ragione è che, quando si presentò in Parlamento, il Presidente Monti ci spiegò che il suo governo avrebbe agito all’insegna dell’equità, del rigore e dello sviluppo. Le forze politiche che decisero di sostenerlo comprarono a scatola chiusa un progetto che, anche per questioni di tempo, non fu dettagliato né condiviso

9 marzo 2012

Ostaggio ucciso in Nigeria. Serve reazione di non-tecnico orgoglio nazionale

L’ho già scritto alcuni giorni fa e a maggior ragione lo ribadisco adesso, all’indomani dell’uccisione dell’ostaggio italiano Franco Lamolinara in Nigeria: non basta la “tecnica” a fare un Paese Certo, non conosco le dinamiche che hanno prodotto la morte dell’ingegnere italiano nel fallito blitz di ieri, e occorreranno giorni per capire cosa veramente sia accaduto. A quanto pare le autorità italiane non erano state informate dell’iniziativa nigeriana e britannica, benché questa le riguardasse. Ma su questo ci saranno le consuete polemiche e il solito rimpallo di responsabilità.

Sono molto dispiaciuta per la morte di Lamolinara e vicina ai suoi familiari. Questo tragico episodio fa il paio con la vicenda dei nostri due marò fermati in India e impigliati da settimane in complesse trattative in cui mi pare che il legalismo internazionale abbia la meglio sul buonsenso e sulla sovranità nazionale: i militari devono essere giudicati dai tribunali del loro paese.

Questi due episodi fanno riflettere su un aspetto importante: da mesi, da quando il governo tecnico si è insediato, ascoltiamo inni e peana alla ritrovata forza e credibilità internazionale del nostro Paese, in particolare da parte di certi media che erano stati i primi a distruggere quella credibilità per motivi politici, non gradendo che al governo del Paese ci fosse Berlusconi. Allontanato lui, un velo di generale plauso sembra che abbia coperto l’azione del nuovo governo. E giusto ieri, con la discesa del nostro SPREAD sotto i 300 punti, insieme all’anticipazione di qualche imminente UPGRADE dell’Italia, è sembrato che l’opera di recupero della credibilità internazionale fosse di fatto compiuta. Ma questo è il linguaggio del dogma finanziario che sta condizionando le scelte politiche di tutto il mondo, è il linguaggio dei compiti a casa, delle pagelle delle agenzie di rating e dei trattati europei. Quando invece si parla di politica vera, di carne vera, di un Paese vero, l’Italia dimostra di essere più fragile che mai, come se il fatto di essere governata da ministri “tecnici”, non eletti, implicasse che essa è un po’ meno Paese, che dietro di essa non c’è più un popolo, un’appartenenza comune, un collante fatto di storia, identità e progetto, ma un cumulo di numeri e di regole.

10 gennaio 2012

…ancora alla ricerca di Emma…

Condivido quanto scritto da Edoardo Narduzzi su Italia Oggi: confindustria

…Da alcune settimane, proprio quando la partita delle liberalizzazioni è entrata nel vivo, Emma Marcegaglia è scomparsa di scena. Lo Spread rimane stabile sopra quota 500… Con quel differenziale le imprese italiane non hanno alcuna possibilità di remunerare il capitale investito, perché troppo alto è il premio sul rischio richiesto da chi il capitale stesso presta. Per questa ragione la numero uno di Confindustria dovrebbe farsi sentire, invocare interventi rapidi a difesa delle imprese che rappresenta. Dovrebbe chiedere, anche al governo dei tecnici, di fare presto perché dopo due mesi di Btp decennali al 7% il collasso è vicino. Invece la voce della Marcegaglia non si sente

23 dicembre 2011

Per abbassare lo spread ci vogliono misure per la crescita

crisi liquidità bancheMentre si confermano i venti di recessione dell’economia per il 2012, le banche italiane hanno aderito massicciamente all’offerta di liquidità a basso costo (1% per tre anni) della Bce, attingendo 116 miliardi di finanziamenti, quasi un quarto del totale erogato alle banche di tutta Europa. Una boccata di ossigeno a costo irrisorio in confronto ai tassi da capogiro di oggi e alla quale ne seguirà un’altra a febbraio, quando con ogni probabilità la risposta all’offerta della Bce sarà ancora maggiore da parte di un sistema creditizio sull’orlo dell’asfissia per mancanza di liquidità.

Il dilemma che si apre ora è: quale uso faranno le banche di queste risorse? L’auspicio è che una buona fetta, se non la maggiore, di liquidità prenda la strada dell’economia reale, come ha auspicato Draghi: “Il canale bancario è cruciale per la fornitura di credito alle imprese, soprattutto medie e piccole, e alle famiglie”. E questo anche se gli istituti italiani rischiano di essere chiamati l’anno prossimo al sostegno “patriottico” dell’acquisto dei titoli del Tesoro.

19 dicembre 2011

L’intervento di venerdì di Alfano, che ho apprezzato moltissimo

Intervento dell’on. Angelino Alfano, segretario del PdL, alla Camera dei Deputati – 16 dicembre 2011 (qui il video)

Signor Presidente, onorevoli colleghi, abbiamo votato la fiducia questa mattina e voteremo favorevolmente al voto finale, al termine di questa nostra discussione, perché siamo persone serie, leali e coerenti e non sono cambiate le condizioni che ci hanno portato a sostenere la nascita di questo Governo. La situazione nazionale non è cambiata e non poteva cambiare in un mese. Non poteva cambiare perché siamo vittime di una crisi che non è ascrivibile ad un Governo e men che meno ad una persona.

Abbiamo provato ad esprimere questo concetto a lungo nei mesi precedenti, abbiamo provato a dire che la crisi era mondiale, che la congiuntura internazionale sfavoriva l’Italia. Ci siamo sentiti contrapporre una favola secondo la quale l’America era in difficoltà e la sua moneta era in difficoltà perché l’Europa era in difficoltà, e l’Europa era in difficoltà perché l’euro era in difficoltà, e l’euro era in difficoltà perché l’Italia era in difficoltà, e l’Italia era in difficoltà perché aveva il Governo Berlusconi. Questo è il paradosso e la favola di cui siamo stati vittime e per la quale favola siamo stati aggrediti.

Una volta scritta questa favola, la morale della favola era facile, veniva naturale: sarebbe stato sufficiente mandare a casa il nostro Governo perché gli spread calassero e le Borse si impennassero. I fatti si sono incaricati di dimostrare che quella non era la morale della favola, piuttosto ci trovavamo in presenza di una favola senza morale. Una favola bugiarda, un racconto bugiardo e antitaliano. Quando, con grande senso di responsabilità, il presidente Berlusconi si è dimesso, senza avere perso le elezioni, né essere stato sfiduciato, il nostro partito, il Popolo della Libertà, non ha cercato rivincite, ritorsioni o vendette perché ha messo al primo posto il bene dell’Italia e degli italiani.

18 dicembre 2011

La salvezza dell’Euro passa per la BCE

BceLa strada che porta alla salvezza dell’euro ha un percorso obbligato: il nuovo ruolo della Banca Centrale Europea. Due cifre, meglio di ogni altro discorso, ci permettono di fotografare la situazione: nello stesso giorno, il Bund tedesco viene piazzato a un tasso d’interesse inferiore allo 0,30 per cento, il titolo di Stato italiano poco al di sotto del 6,50 per cento. Stesso giorno, stesso mercato globale, due Paesi che fanno parte della medesima area dell’euro toccano i rispettivi record del prezzo più basso e di quello più alto. E l’anno che sta arrivando non sara’ certamente piu’ facile, considerando che il nostro Paese dovrà emettere Bot, Cct e Btp per un valore di 150 miliardi di euro, tutti quanti concentrati nei primi quattro mesi del 2012.

Il rimedio indicato più volte dal Governo di centrodestra, e a suo tempo criticato con grande e inutile arroganza da molti commentatori della stampa quotidiana, prevede che siano assegnati anche alla Banca centrale di tutti gli europei gli stessi poteri che la Riserva Federale Usa ha nei confronti di tutti gli Stati americani: acquistare titoli di Stato ed effettuare le eventuali iniezioni di liquidità nel sistema.

15 dicembre 2011

La Germania non computa nel debito le spese per pensioni, sanità e assistenza. Se lo facesse il suo debito sarebbe il 185% del Pil

Ieri sera a Porta a Porta quando Alfano, pur riconoscendo le debolezze italiane, ha fatto notare come l’Europa attuale faccia soprattutto gli interessi tedeschi,Tobias Piller, corrispondente del Frankfurter Allgemeine, ha fornito questa analisi: “voi siete entrati nell’euro con la vostra liretta, mentre noi tedeschi paghiamo per tutti”. A parte il buon gusto, e tralasciando gli aiuti di tutto il mondo libero alla Germania post-guerra ed a Berlino assediata dal comunismo (la gratitudine non è un obbligo) si possono ricordare almeno tre dati recenti.

· L’unificazione della Germania del 1990, certo un atto di lungimiranza del cancelliere Helmut Kohl, è costata per la debolezza economica della ex DDR, ben 1.500 miliardi di euro ai valori di allora. Il calcolo è dell’Università di Berlino. Una somma che, ripercuotendosi sull’intera Europa e alterandone la concorrenza fu in gran parte all’origine della recessione dei primi anni Novanta, Italia compresa.

· Nel 2002, 2003 e 2004 la Germania e la Francia decisero deliberatamente di violare i parametri di Maastricht sul deficit. Chiesero, e ottennero, che non venissero applicate loro le sanzioni previste.

· Il debito federale tedesco ha superato i 2 mila miliardi di euro, in cifra assoluta più di quello italiano, terzo nel mondo dietro Usa e Giappone. In percentuale rappresenta l’83 per cento del Pil, un rapporto che fra i paesi a tripla A è secondo solo alla Francia. Il costo del suo finanziamento ha raggiunto l’8,4 per cento delle entrate statali. Ma appunto il serissimo Handelsblatt ha rivelato cifre reali ancora peggiori: la Germania infatti non computa nel debito statale le spese per pensioni, sanità e assistenza. “Considerando tutto” scrive l’ Handelsblatt “il debito raggiungerebbe i 7.000 miliardi di euro, il 185 per cento del Pil. Dal 2005, da quando è alla guida della Germania, Angela Merkel ha creato più debito di tutti i cancellieri degli ultimi quarant’anni messi insieme. Un assegno a vuoto che verrà pagato dai nostri figli e nipoti”.

29 novembre 2011

La crisi è dell’Euro e va risolta in Europa

Se ancora ci fosse qualche dubbio, la nota di Moody’s di ieri mattina lo smentisce nella maniera più chiara e drammatica. La crisi dell’Europa non è colpa dell’Italia, ma dell’Europa stessa. L’agenzia non esclude “default multipli” ed un declassamento dell’intera Ue. In altri termini Moody’s non considera più sicuri né il giudizio sul fondo salva stati, né quelli sui paesi che fino a ieri si sono considerati i primi della classe, Francia in testa. “L’Europa è a un bivio, la debolezza istituzionale deve lasciare il campo a decisioni per stabilizzare i mercati entro il primo trimestre 2012” dice Moody’s, che sottolinea come “in Italia e Grecia sia aumentata l’incertezza politica”. La conclusione: “L’euro potrebbe tenere a condizione però che si riesca a scongiurare la crisi di luquidità”, crisi che riguarda tutti.

E questo spiega la fretta con la quale Nicolas Sarkozy da una parte preme sull’Italia affinché affianchi Francia e Germania in un nuovo patto per decidere nuove regole e consentire di allargare credito e liquidità; dall’altra insiste sul governo Monti affinché “faccia quello che deve”. Sono lontani i tempi in cui il presidente francese liquidava il nostro paese e il governo di allora (di Silvio Berlusconi) con battute e risolini. Eppure fu poco più di un mese fa. Da allora Berlusconi ha fatto il passo indietro, ha consentito e appoggiato l’esecutivo tecnico, lo spread della Francia è raddoppiato sfiorando e superando quota 200, la Germania ha seri problemi con i collocamenti dei suoi titoli, e quanto all’Italia i 500 punti di spread sono rimasti tal quali. Anzi, la curva dei rendimenti dei Btp si è pericolosamente invertita mettendo sotto pressione quelli a breve che oggi rendono più dei decennali.

Il problema non era quindi l’Italia, e non era Berlusconi. Il famoso crollo di 200 punti di spread che le sue dimissioni avrebbero dovuto miracolosamente produrre non c’è stato, anzi. Su questo punto, per inciso, a sinistra non c’è ombra di autocritica. Ma siamo abituati alle loro strumentalizzazioni e ai loro errori. Ciò che è più grave, in un mese di tempo i leader europei, le loro istituzioni, la Commissione e la Bce, hanno girato a vuoto tra summit falliti e impegni vaghi e disattesi. “Il re è nudo” ha scritto qualche giorno fa sul Sole 24 Ore il rettore della Bocconi, Guido Tabellini, riferendosi all’ostinazione suicida della Germania. Lo stesso quotidiano confindustriale che sollecitava Berlusconi a “fare presto” ad uscire scena, ora se la prende con i ritardi di Monti.

Noi abbiamo detto fin dall’inizio la verità: il problema non era allora Berlusconi, e non è oggi Monti, che pure dovrebbe accelerare e presentare le sue misure. Monti che tra l’altro ha detto di voler agire in continuità con le decisioni – quelle sì, già prese – del governo precedente. Il problema è l’euro, l’Europa, leader che non decidono, una moneta che doveva essere la panacea di tutti i problemi ed invece si sta rivelando essa stessa un problema mondiale. Quando lo disse Berlusconi da noi si gridò allo scandalo. Ora è il mondo intero a dirlo, sono la Casa Bianca e Sarkozy a lanciare ogni giorno l’sos. Non ce ne rallegriamo; ma almeno si ristabilisce la verità.

29 novembre 2011

Governo, ci vuole un cambio di passo

L’origine della crisi non era il governo Berlusconi, ma l’euro, una moneta che dietro di sé non ha né un prestatore di ultima istanza, né uno Stato sovrano, ma un’Europa più debole e divisa che mai. Ormai non sono soltanto le banche straniere a mettere sotto la lente di ingrandimento la tenuta della moneta unica. La settimana sui mercati finanziari si è infatti aperta con l’annuncio-choc di Moody’s secondo cui le probabilità di default multipli fra i Paesi dell’area euro “non sono più irrilevanti”. Più a lungo continua la crisi di liquidità, più rapidamente aumentano le possibilità di più default.

Sta dunque svanendo la distinzione tra gli Stati dell’eurozona con i bilanci a posto e quelli con il debito pubblico fuori controllo: l’errore strategico del direttorio franco-tedesco di non affrontare rapidamente una crisi periferica come quella greca ha causato un vero e proprio contagio, che si sta propagando anche ai principali Stati membri. Per questo ora tremano anche Paesi come la Francia e la Germania che, fino a qualche settimana fa, si sentivano immuni.

In questa situazione, il mese di dicembre si aprirà con una serie di scadenze che sembrano seriamente impressionare i vertici della Banca centrale europea, e non è esagerato parlare di mese decisivo per le sorti dell’euro. Inutile dire che gli italiani attendono con ansia le misure economiche annunciate dal premier Monti, che condizioneranno la vita delle famiglie, delle imprese e la nostra delicata posizione sui mercati internazionali. Dovremo aspettare un’altra settimana per conoscere i provvedimenti, e questo non è un bene, se pensiamo che dall’insediamento del nuovo governo l’Italia ha bruciato ben 27 miliardi a causa dell’aumento degli interessi sui titoli di Stato.

Ieri mattina lo spread con i bund tedeschi è tornato sotto quota 500, ma lo spread è solo un indicatore parziale. Più preoccupante è invece il rendimento al quale sono stati collocati 8 miliardi di Bot a sei mesi: 6,50 per cento rispetto al 3,53 di ottobre, con la domanda in calo. Altri 2 miliardi di Ctz a due anni sono stati piazzati al 7,81 per cento rispetto al 4,26 di ottobre e anche in questo caso si è registrata una richiesta in flessione.

Questo significa che c’è ancora una pressione molto forte della speculazione sul nostro Paese, che ha invertito la curva tradizionale dei rendimenti di titoli pubblici, tanto che oggi i titoli italiani a breve pagano più di quelli a lungo termine, segno che l’Italia si gioca tutto in un arco brevissimo. E’ quindi lecito aspettarsi un cambio di passo da parte del premier.

Intanto, queste due settimane sono servite a sgombrare il campo dalla leggenda alimentata da tutta la grande stampa, secondo la quale c’era un problema di credibilità del sistema Paese da imputare unicamente alla figura di Berlusconi. I mercati hanno dato una risposta inequivoca: l’ex premier non c’entrava nulla, i problemi erano e restano altrove, nel cuore di un’Europa incapace di darsi una governance all’altezza dei tempi. Stamani il Fondo monetario ha smentito l’esistenza di un piano di aiuti all’Italia da 600 miliardi di euro, ma cresce comunque la consapevolezza che un default italiano segnerebbe la fine della moneta unica.

C’è dunque l’esigenza che Monti faccia presto, per sapere se le “impressionanti misure” rivelate dalla Merkel saranno in grado di rilanciare l’economia italiana e di allontanare dal nostro orizzonte la tempesta speculativa in atto.

25 novembre 2011

Lo spread più importante si misura sulla pelle delle donne

C’è uno spread ancora più importante di quello tra Bot e Bund, ed è quello tra diritti umani scritti sulla carta e realtà effettiva, tra i valori universali sanciti e ufficialmente riconosciuti, e la pratica quotidiana di quegli stessi valori, ancora troppo spesso negati, anche nel mondo occidentale. E questo vale in primo luogo per le donne. ” Lo dichiara Deborah Bergamini, parlamentare Pdl e segretario della delegazione italiana al Consiglio d’Europa di Strasburgo.

“Come ogni anno, oggi si celebra la giornata mondiale contro la violenza sulle donne. E come ogni anno saremo, per un intero giorno, informatissimi sulle drammatiche dimensioni numeriche di un fenomeno che investe ogni angolo del mondo e ogni fascia sociale. Ancora una volta (ri)scopriremo, per esempio, che circa una donna su tre, in Italia, ha subito violenza. Che la maggior parte delle violenze avviene in famiglia, ad opera del partner o di parenti. E che, ancora, la violenza contro le donne acquisisce sempre nuove forme, con l’evolversi, o involversi, dei costumi sociali. Peccato che, una volta spenti i riflettori, le priorità globali rimangano sempre le stesse, mentre i drammi che questi numeri nascondono sotto la parvenza di una neutralità matematica, saranno ancora tutti in essere. Gli Stati nazionali devono ancora fare passi importanti per contrastare la piaga della violenza contro le donne, come è accaduto sotto il governo Berlusconi con l’introduzione del reato di stalking e con l’inasprimento delle pene per il reato di violenza sessuale, ma fondamentale rimane il ruolo degli organismi internazionali come il Consiglio d’Europa che, infatti, ha aperto alla firma una Convenzione apposita e ha lanciato un piano triennale di comunicazione. Senza una ferma volontà globale di investire concretamente per arginare questo fenomeno, lo spread fra diritti sulla carta e tutela reale di essi non può che essere destinato ad ampliarsi ulteriormente.”